Rigenerazione

 

Misericordia e figliolanza divina

Eravamo meritevoli d’ira, scrive S. Paolo, «ma Dio ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo» (Ef 2,4). Proprio questa speranza conduce l’uomo a credere e a volere che la vittoria sul male operata da Cristo possa farsi ancora spazio nella propria carne  e che le ferite, i dolori e le ingiustizie che nessuno mai conoscerà e a cui  nessun tribunale potrà mai fare giustizia, anche quelle non saranno state inutili divenendo fonte di amore e di vita. Il significato vero e proprio della misericordia non consiste soltanto nello sguardo compassionevole rivolto verso il male morale, fisico o materiale. La relazione di misericordia non è una semplice immedesimazione o commozione da parte di uno dei soggetti a cui consegue la coscienza di essere compresi da parte dell’altro.

Essa si basa su una autentica empatia che promuove e guida un processo di crescita della persona a partire proprio da quel male che la tiene “incatenata” e ritrovando la propria forza creativa che fa la sua dignità e unicità. Si tratta di un riscatto della persona che è accompagnata a lasciare trasformare e, a propria volta, a trasformare in bene ciò che costituisce il proprio male e il proprio dolore. La misericordia si manifesta quindi nel suo aspetto più vero quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo. Così intesa, essa costituisce il contenuto fondamentale del messaggio messianico di Cristo e la forza costitutiva della sua missione (DM.6).

La misericordia è dunque la dimensione fondamentale dell’opera del Redentore in quanto la redenzione divina non si attua soltanto nel far giustizia del peccato, ma nel restituire all’amore quella “forza creativa” nell’uomo, grazie alla quale egli ha nuovamente accesso alla pienezza di vita e di santità che proviene da Dio. In tal modo, la redenzione porta in sé la rivelazione della misericordia nella sua pienezza (DM.7)

L’esperienza del Cristo è stata sostanzialmente un itinerario che è partito dalla commozione per la miseria umana e che è passato attraverso l’opera di guarigione interiore e fisica delle persone che lo incontravano nella fede. In questo “urto” con il male però il Cristo fa un passo ancora più profondo alla ricerca delle vere radici di esso. Nella ultima fase della sua vita Egli comincia a “prendere su di sé” i mali dell’uomo attraverso un processo di “assunzione” della nostra condizione di peccato e di morte che culmina con la “espiazione” al nostro posto, per noi. Giovanni Paolo II sottolineava nell’enciclica, che la croce di Cristo è testimonianza della forza del male verso lo stesso Figlio di Dio, l’assolutamente innocente (cf n.8).

Egli fa giustizia del peccato come disobbedienza alla verità con la sua obbedienza «fino alla morte»  e fa giustizia della morte, alleata col peccato, a prezzo della sua propria morte. In questa visione la croce di Cristo, sulla quale il Figlio consostanziale al Padre rende piena giustizia a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell’amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell’uomo: contro al peccato e alla morte. La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo e su ciò che l’uomo – specialmente nei momenti difficili e dolorosi – chiama il suo infelice destino. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo, è il compimento sino alla fine del programma messianico, che Cristo formulò una volta nella sinagoga di Nazaret e ripeté poi dinanzi agli inviati di Giovanni Battista (n.8).

 Salvatore Franco

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