L’acqua è insegnata dalla sete

La sete

Dove risiede la nostra chiamata? Nella nostra sete

Personalmente man mano che sono cresciuto sono andato sempre più indietro nel tempo a ritrovare la storia della mia chiamata e quindi il suo contenuto, forse fino ad incontrare un dolore originario, un dolore che permea tutta la mia storia e, al tempo stesso, accanto a quel dolore, dentro quel dolore, una sete, un desiderio, un interrogativo, una necessità che spinge altrove.

La chiamata è una risposta a quel dolore e a quella sete, la risposta per me, l’annuncio è la risposta al dolore e alla sete dell’altro così come lo è stato per me.

Entrare nel dolore e nella sete dell’uomo e rispondervi come è stato risposto a noi, una risposta d’amore che nasce dal contatto con Gesù e dal contatto con l’altro.

C’è una sete nel cuore dell’uomo a cui ci rivolgiamo e c’è una sete nel cuore dell’apostolo.

L’uomo ha bisogno di contattare la propria sete e di mettersi in cammino per dissetarsi alla fonte giusta.

Di cosa ha sete il mio cuore? Questa è la domanda a cui l’annuncio dovrebbe rispondere. Per questo all’annuncio dovrebbe precedere il gettare nei cuori il seme della speranza.

La venuta di Gesù fu preceduta dalla preparazione dei cuori fatta dal Battista. È quella preparazione del terreno buono in cui il seme della parola può fruttificare pienamente di cui parla la parabola del seminatore.

Quando si ascolta la propria sete si comprende che la cosa più importante non è propriamente appagarla, ma interpretarla, approfondirne il significato, interrogarsi su come e con che cosa soddisfarla.

Sulla sete e sull’acqua il vangelo ha dei brani molto importanti.

Ricordiamo il dialogo con la samaritana: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14)

Davanti a questo annuncio La donna esclama: “Signore dammi di quest’acqua perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (4,15)

E il Signore le risponde portandola nel suo dolore personale, nella sua storia affettiva e familiare: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui” (4,16).

In un altro brano Gesù grida: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo seno sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7,37-38)

La ricerca dell’acqua è guidata dalla sete come esprime una poesia di Emily Dickinson:

L’acqua è insegnata dalla sete.

La terra, dagli oceani attraversati.

La gioia, dal dolore.

La pace, dai racconti di battaglie.

L’amore da un’impronta della memoria.

Gli uccelli, dalla neve.

Affermare che l’acqua è insegnata dalla sete significa riconoscere che oggi è necessario ritrovare il coraggio di prendere la sete come maestra del cammino: la sete infatti ci informa sulla condizione di noi stessi e ci spinge a cercare.

Si tratta dunque di accompagnare l’altro a contattare la propria sete e ad entrarvi per coglierne il significato e aprire il cuore alla risposta dell’annuncio.

Aiutare l’uomo a non fuggire dal proprio dolore ma ad accostarsi ad esso per comprendere il valore della vita e di cosa ci abita veramente dentro e a riscoprire la propria dignità, il proprio valore.

Un esempio di questo lavoro ce lo dà s. Eugenio nella sua predicazione alla chiesa della Maddalena: “Noi cominceremo con il farvi apprendere ciò che voi siete agli occhi della fede”

La riscoperta della dignità della persona, essere qualcuno per un altro, scoprire il proprio dono, la propria bellezza significa ritrovare una libertà interiore che ci permette di cercare e di abbeverarci a fonti benefiche e di incamminarci per sanare il nostro cuore, così come è stato per la samaritana.

Veniamo ora alla sete dell’apostolo, questa è duplice: è la propria sete ed è anche quella di Gesù

“Ho sete!” grida Gesù sulla croce. Nel massimo dolore, nello svuotamento più profondo di sé, emerge la sete originaria, sete delle anime, proprio di quelle anime che non può raggiungere, sete dell’amore da dare e da ricevere.

 

Il missionario ha sete del bene altrui

Papa Francesco scrive nella Evangelium Gaudium: “Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri” (n. 272).

Per questo egli indica una “mistica di avvicinarci agli altri”:

“Quando viviamo la mistica di avvicinarci agli altri con l’intento di cercare il loro bene, allarghiamo la nostra interiorità per ricevere i più bei regali del Signore” (n. 272)

 

Da come si è stati amati deriva il nostro dono

Questa mistica deriva dall’esperienza con cui Cristo ha risposto alla nostra sete. La risposta di Gesù viene da “come il padre lo ha inviato”. La forma del suo apostolato sta in quel “come”, infatti è allo stesso modo che invia noi: In questo come c’è una scelta d’amore, un ascolto dell’uomo, una necessità d’amare, un dono infinito di sé, una rinuncia di sé. Come sono stato amato dunque così sono stato inviato: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9).

Come tu hai mandato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo” (Gv 17,18)

Come tu Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17,21)

Per questo ognuno di noi per essere apostolo deve comprendere il “come” è stato amato da Cristo”, a quale sete e dolore egli ha risposto e comprendere così che ciò che abbiamo vissuto ha preparato in noi il dono che possiamo essere e che siamo, la nostra specifica missione, come ha scritto papa Francesco:

“Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri” (n. 273)

Si tratta di una risposta ad un amore ricevuto che si ricambia donandolo anche agli altri. Così aveva detto di fare ai discepoli nella loro prima missione: «strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,7-8)

 

La mistica dell’uscire da sé

L’apostolo uomo o donna è in cammino lontano da se stesso:

“L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è moro e risorto per loro” (2 Cor 5,14-15).

L’apostolo è posseduto dall’amore del Cristo ed è questo che lo domina e lo spinge. Questo amore è l’amore del Cristo crocifisso, un amore dinanzi al quale non è rimasto indifferente perché non c’è nulla che solidarizzi con noi quanto il dolore.

Non vivendo più per se stesso l’apostolo si incammina verso l’altro così come il Cristo ha fatto, un cammino che parte da noi per andare verso Cristo e verso l’altro. È questa l’esperienza dei discepoli nella barca e in particolare di Pietro: questi capisce che se Gesù cammina sulle acque può farlo anche lui ma a patto che creda senza certezze o logiche umane.

L’apostolo cammina dal suo passato all’oggi e quindi verso il futuro in una risposta sempre nuova all’amore di Cristo: “dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,13-14).

Il suo cammino è sempre preceduto dal prepararsi una valigia dove accanto a qualche piccolo ricordo e l’essenziale per vivere mette la sua speranza e la fede, in una povertà profonda che sola potrà permettergli di accogliere il nuovo.

È come passare un tunnel, nel buio sotterraneo, nella speranza, per giungere alla luce.

È una speranza che nasce da un’esperienza che Dio non delude: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

Annunciare il Vangelo è dunque anche accompagnare qualcuno in questo tunnel certi che al termine ci sarà la luce di un amore ritrovato quando tutto sembrava perduto e anche Dio era apparso silenzioso e lontano.

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