Il pane della presenza

“Amare per sempre” in Famiglia

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L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il suo destino. Non può durare solo un momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio: solo lui è l’Eternità (Karol Wojtyla)

Una premessa: parleremo della fedeltà in famiglia e in particolare nella coppia di sposi. Che senso può avere questo tema in un incontro dedicato a tutti: sposati e non sposati?
Il senso ce lo dà il pensare che il cammino della coppia di sposi è la matrice del cammino di ciascuno di noi, anche di chi non è sposato o di chi non lo è più. Ognuno infatti ha una fedeltà da vivere. Ognuno può cercare qualcuno con cui condividere il proprio cammino se pur a livelli diversi. Ognuno deve trovare il proprio modo di fare dono di sé e di diventare presenza d’amore fedele per l’altro.

Nella coppia noi troviamo la direzione, il messaggio da vivere, non il modello assoluto. Per questo quando la Bibbia vuol parlare della relazione più intima con Dio narra dell’amore tra due sposi. Allo stesso tempo Gesù ci avverte che nell’altra vita il matrimonio non ci sarà più perché sarà finito il tempo del segno e sarà iniziato il tempo della pienezza. Finché siamo in questo tempo relativo abbiamo però tutti bisogno del segno che ci indichi la strada.
Approfondire il segno rappresentato dall’esperienza degli sposi ci fa dunque conoscere le profondità della vita e ci offre un modo di interpretare noi stessi e la nostra relazione con Dio. Se rimaniamo infatti solo nella linea della paternità divina circoscriviamo la nostra crescita al solo livello dell’essere figli. Abbiamo bisogno di scoprire la “sponsalità” che, come ha scritto Giovanni Paolo II, è inscritta nella nostra carne fin dalla nostra origine ed è anche l’ultima parola dell’uomo nella Bibbia cristiana come troviamo nell’Apocalisse: «Lo spirito e la sposa dicono “Vieni”».

Cerchiamo allora di entrare nel mistero tipico degli sposi e in esso andiamo a cercare le leggi di vita sia umana che spirituale valide per ciascuno di noi. Qual’è la caratteristica di fondo dell’essere sposi? l’unione intima che esprime l’unione di vita e il legame nel tempo. È un amore fedele che implica la parità e quindi è diverso dal rapporto genitore-figlio; implica poi l’intimità ed è quindi diverso dall’amicizia.

L’esperienza sembra spesso contraddire proprio questo perdurare nel tempo e dare ragione a Carlo Verdone che ha girato un film intitolato: “L’amore è eterno finché dura”.
Se accettiamo la tesi iniziale per cui l’unione degli sposi è la matrice del nostro cammino capiamo come la precarietà del rapporto di coppia sia particolare fonte di malessere generale per l’uomo di oggi.
Cerchiamo di entrare in questa precarietà e nel suo significato.

Monica Bellucci, in un’intervista così diceva: «Io non credo nella fedeltà, io credo nell’amore. Lo ripeto: a me interessa l’amore, del resto meglio non chiedere. Quel che importa è l’amore, stop. Sapere che quella persona c’è, se hai bisogno c’è. Però alla fedeltà ci credo di meno. La fedeltà del cuore è qualcosa in cui credo di più che alla fedeltà del corpo. Purtroppo non c’è una legge che tenga insieme due persone, o un contratto che le obblighi. Magari ci fosse: la seguiremmo e sapremmo tutti dove andiamo. E invece non sappiamo nulla, e quindi anch’io faccio così, anch’io vado avanti giorno per giorno. Un rapporto di coppia funziona o non funziona, e non c’è dato sapere fino a quando. L’unica cosa sicura nella mia vita sono le mie figlie; io sono italiana e per noi italiani la famiglia è tutto, in particolare i figli. Il resto viene dopo».
Queste parole, se pur non pienamente condivisibili, rivelano comunque che l’aspetto più profondo della fedeltà non sta nel non tradire l’altro, ma nell’essere accanto all’altro e fargli sentire questa presenza. Vivere in modo autentico l’essere accanto implica poi, a sua volta, anche il non tradire. Tradire l’altro è infatti proprio non stare accanto a lui.
Il matrimonio si fonda sulla promessa di questa fedeltà “per sempre” ad “esserci” e sulla fiducia reciproca. Promettere l’amore per sempre a qualcuno significa dirgli letteralmente: pro-mittere, cioè “mandare avanti verso uno scopo”, vuol dire: “Puoi andare avanti, non preoccuparti, io sarò con te”. Questa promessa riguarda l’esserci in tutti i momenti della vita, quelli sereni e quelli tristi, soprattutto quando la causa dei momenti dolorosi sarà proprio l’altro.
È un impegno a rispettare il mistero che rappresenta l’altro e al tempo stesso a sforzarsi di comprenderlo: Così scriveva la psicologa Françoise Dolto parlando del marito che aveva perso: «Se l’ho sempre amato, è perché non ho mai avuto la sensazione di averlo conosciuto una volta per tutte».

Questa promessa è come il pane di cui non si può fare a meno e che solo può sfamare veramente. L’amore infatti, se ascoltiamo il nostro cuore, capiamo che non può essere se non “per sempre”. In esso infatti si apre in noi come il senso dell’eternità: non è infatti concepibile un momento in cui l’altro non ci sia per noi.

Un disagio molto importante che si può vivere in una famiglia e ancor di più in una coppia nasce dalla sensazione che questa promessa non sia più mantenuta. Ciò avviene quando si sente che l’altro non è presente, che è disattento, distaccato emotivamente. É da qui che poi nasce un senso di solitudine e di abbandono che si avverte come una morsa che prende alla bocca dello stomaco e non fa respirare. A questa sensazione si può reagire o con il silenzio o con la lite su un argomento qualsiasi spesso estraneo al vero problema.
Perché fa tanto male sentirsi “abbandonati”, “dimenticati”, “esclusi”? L’abbandono tocca una parte molto profonda di noi: la sicurezza del nostro esistere. In psicoanalisi c’è un concetto che mi è piaciuto molto anche se è espresso in una maniera strana: “La permanenza dell’oggetto”. Ad un certo momento della crescita il bambino sente di poter andare avanti anche nei momenti in cui è assente chi si prende cura di lui perché la presenza di questi, che è stata sufficientemente capace di rassicurarlo, ora è come incarnata dentro di lui e permane in lui. Questa permanenza sembra che si va ad instaurare in una parte profonda della psiche dove è sentito maggiormente il bisogno di tale sicurezza.
Quando si realizza una relazione, soprattutto se particolarmente intima come quella di due sposi, si connettono due mondi interiori di ciascuno per formare un legame la cui chiave sta in ciò in cui ognuno dice all’altro sia con le parole che con il comportamento: “Sono qui per te”.
Il legame che nasce va dunque a sanare la solitudine interiore della persona, quella che Dio giudicò non bene, cioè quella in cui ci si sente soli nel mondo, senza riferimento, quella in cui non si trova nel mondo nessuno che possa rispondere al proprio bisogno di sicurezza, di condivisione, di affetto.

Sappiamo per esperienza che non sempre è possibile trovare una tale persona che possa offrire tutto ciò e che, anche quando la si trova, non sempre il legame che si può realizzare è reso capace di compiere ciò di cui si avrebbe veramente bisogno.
Il rischio dell’amore è quello infatti di chiedere all’altro di colmare tutto lo spazio di questa parte di noi. Una volta quindi che si è data la fiducia all’altro, che ci si è abbandonati a lui, si aspetta una piena risposta che non sempre e difficilmente viene come si vorrebbe.
Per questo anche in un rapporto di coppia è necessario compiere un cammino personale in cui attraversare la propria solitudine e trovare ad un livello ancor più profondo ciò che dà vera sicurezza al proprio cuore e scoprire la propria capacità di dono di sé.
Se i due sono d’accordo su questo punto potrebbero compiere questa traversata insieme e rassicurarsi reciprocamente lungo il cammino, ognuno sul suo raggio di luce e insieme verso la stessa fonte di questa luce.
“Voglio donargli un aiuto che gli sia simile” disse Dio pensando alla solitudine vissuta da Adamo. Un aiuto, non è una compensazione, non è una rivincita sulla sofferenza vissuta nella propria vita, non è una persona al proprio servizio. Un aiuto fa pensare al fare qualcosa insieme con il sostegno, la creatività, la differenza dell’altro. Si tratta di un aiuto simile, non superiore né inferiore. Chi aiuta è lì per l’altro e non per sé. È un atteggiamento di costante dono, di costante partecipazione.

La vita coniugale può dunque comprendersi proprio come un passaggio o come una traversata da vivere insieme. Nel Talmud si dice che «l’unione dell’uomo e della donna è un miracolo ancor più grande di quello del passaggio del Mar Rosso». Come il popolo di Israele attraversò il Mar rosso per sfuggire alla schiavitù, così la coppia trova nella condivisione e nella realizzazione dell’unione la propria libertà interiore che gli permette di vivere un “sincero dono di sé”.

In questo cammino personale e a due acquista particolare significato l’Eucaristia: “il pane della presenza”. Nell’Eucaristia Gesù compie la sua Pasqua, il suo passaggio, la sua traversata, attraverso un gesto che è dono di sé e, al tempo stesso, presenza, un gesto che diventa per noi memoriale: ricordo permanente.

Per questo al termine della preghiera eucaristica il sacerdote proclama solennemente: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo”. Vivere per Lui e di Lui, vivere insieme a Lui, vivere nel suo cuore perché pensati, amati e seguiti da Lui.
Dall’Eucaristia si apprende la presenza nel dono di sé. Non è un esserci e basta, ma un esserci “per” noi. Ciò dice agli sposi e a noi tutti la direzione in cui andare per cui non basta essere accanto all’altro ma esserci “per l’altro”. È un impegno per ogni giorno, un “lavoro” da svolgere” per realizzare reciprocamente quella che è chiamata “empatia”, la particolare esperienza in cui il vissuto dell’altro entra dentro di noi come se fosse presente a noi e l’altro si sente accolto, compreso, capito.

Allora l’esserci diventa il “pane della presenza” vivificata dalla presenza di Gesù in noi che ci libera di noi stessi per amare l’altro.

Solo un essere libero può infatti realizzare la promessa dell’amore fedele perché quel “pro” è diventato realmente l’altro e il suo bene e potrà così essere sempre con lui e per lui.

p. Salvatore Franco omi

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